24 novembre 2009

Follia marina

immagine appartenente al rispettivo autore

Non potevamo fare altro. Seduti sul molo, guardando le onde schiantarsi impietosamente sugli scogli. Morire squartate, divise tra due orizzonti.
Non potevamo far altro che guardare, imperterriti, la fine di tutto.

Il mare in tempesta sembrava lui stesso una discussione. Mentre sbraitavo, urlavo. Ed il mondo non avrebbe potuto ascoltare, e come mai avrebbe avuto tale udito?
In quel rumore che intorpidiva i sensi, schianti violenti interrompevano ogni frase. Dividevano me e loro, me e gli altri. Me e questa schiera di imperterriti inseguitori che non ho saputo fuggire.

Il mare.
Un molo.
Le barche che ondeggiano.
Io.
Loro.

Ancora mi volto. Ancora cerco uno sguardo. Una conferma che questa è la direzione. Capitano, è quella la stella polare? Capitano, capitano. Dove devo andare? Uno spruzzo violento d’acqua mi fa quasi affogare ma la mia mano resta ferma immobile. Indica là.

Dove, là?
Là. Non lo vedete. E’ quello il nostro orizzonte.

La gente incredula si guarda tra di loro. Sguardi storti. Le parole confuse si incrociano per domandarsi se tutto questo sia giusto. Se abbia un senso.
I più temerari, indicato il lato opposto dicono: Non l’altro?
No. E’ per di qua la strada.

Il mare non conosce bugie. Ti prende, ti porta a destinazione, se lo vuole. E poi finisce lì. Te lo ricordi per il rumore la notte. Essere cullato dalle onde è qualcosa di unico, di magico, quasi ti auguri di morirci, con quel suono.

Se non sei in mare.
Se non sei su un molo.
E le barche ondeggiano.
Loro. Mi guardano.
Io, indico.

Capitano? Ma cosa dobbiamo fare ora?

Se avessi davvero saputo qualcosa, avrei risposto. Vi risponderei, lo giuro. Ma quello che posso fare è guardarvi. Non c’è altro che io possa fare. Sono un semplice capitano. Mica un veliero.
Io sul mare non ci cammino. Alle volte ci nuoto.
E con un mare così, in genere, ci affogo.

Essere in balia dei venti. Delle azioni, del mondo.
Per cambiare, per andare oltre, serve sempre qualcosa.
Una nave, una zattera, un gruppo di persone stupide o pazze a sufficienza da seguirti.

E se stesse mentendo? Non mente. E’ il nostro capitano.
E se non fosse il nostro capitano? Ma non lo vedi? E’ lui.

Lui chi? Io? Ma io passavo di qua, ero in giro a far compere cosa vi credete.
Per andare oltre bisogna superare il credibile. Ma tutto questo come sempre ha un prezzo.
Andare oltre, oltre quel limite consentito, ha sempre un costo. Qualcosa che rischi. La tua posta.

Gli sguardi non si incrociano se non all’infinito. La gente si volta del tutto e se ne va.
Non c’è nessun capitano senza una ciurma.
Non c’è nessuna nave senza un capitano.
Ed anche un folle, senza un seguito, non è altro che un folle.

Il sipario si chiude, ed il pubblico ringrazia.

Andrea (sdl)

18 novembre 2009

Autobiografia canzonata


per una volta scrivo qualcosa di totalmente autobiografico. chiedo venia, ma sentivo di doverlo fare


Eravamo usciti da pochi minuti dalla sala prove. Con il sudore ancora addosso causato da una saletta tre metri per tre senza prese d’aria. Un qualunque talebano avrebbe potuto torturarci un prigioniero, ma la musica, si sa, non attende nessuno.

Con l ‘estate che si proiettava davanti, a metà tra passato presente e futuro. E noi, in macchina. Stavo riaccompagnando Luca a casa. Finestrini giù, tettino della macchina aperto, e musica giusta.

L’odore. Quell’odore. Ora che ci penso non esiste un momento preciso dove capisco: Quest’odore mi rimarrà nella memoria.

Ma ci sono tantissime avvisaglie, avvertimenti quasi invisibili. L’odore d’estate, di erba fresca, di campi all’aperto. Il crepuscolo della sera che ormai si fa spazio nella strada, i fari, che la illuminano a sufficienza ed una luna piena che sarebbe bastata da sola ad illuminare il mondo intero con tutto il romanticismo che serviva.


Parte Candy, di Paolo Nutini.

“I’ll be there waiting for you”. E’ forse la frase che più va a stonare con tutto il resto.

Si parla di quello che inevitabilmente ti tocca affrontare quando vieni lasciato, soprattutto se sei in macchina, tu, Luca e l’estate.

Non potevi dire di no a nessuno dei due. Quindi provavo a tirare in qualche modo le fila del discorso. Di quella storia così martoriata, che aveva lacerato me e lei nel profondo. I litigi, le incomprensioni.

Passare tutte le fasi per capire che era finita. Che non potevamo andare avanti. Non c’era alcun senso, alcun motivo. A parte l’amore, ovviamente.

La musica era ancora lì. Appena partita Luca disse: E’ proprio una musica da estate.

E lo era.

Adesso è un ricordo indelebile, scolpito nella pietra. Quell’immagine con l’odore, la musica. Come una fotografia a cinque dimensioni. Qualcosa di assolutamente irreale che si è andato creando nella mia memoria.

Poi, mentre ancora la canzone aveva da scemare, lui disse: Ne troverai un’altra. Forse non uguale, forse non migliore. Ma la troverai.


Eccolo. Il fottuto momento del raziocinio. Spero sempre che non arrivi, che per un attimo io mi possa cullare in quest’illusione, nella solita storia del tornerà. Ed ecco la frase. Che di per se è quanto di più vero esista al mondo.

E non è quello il problema.

Il problema era che sapevo perfettamente che era così. E mi faceva ancora più male sapere che, in qualche modo, tutto l’amore che avevo dentro sarebbe scomparso. Sarebbe stato amore sprecato, da gettare. Vuoto a rendere.

Come quando capisci che i regali non li porta Babbo Natale, così capisci che supererai anche questa. Perchè il tempo cura tutto, e questa è la più triste verità del mondo.

Io non vorrei che tutto questo venga lavato via. Al tempo più di ora.

Perchè so che diverrà solo una nota malinconia in questa strana melodia della mia vita. E magari tra dieci anni non sapremo neanche dove siamo. O forse ci risentiremo e parleremo, e diremo “Quant’eravamo stupidi”. Io e lei saremo vicini ma ormai saremo due ignoti. Ci saremo scordati sul serio di com’erano i baci, il batticuore, fare l’amore. L’attesa, le corse. Ci ricorderemo forse i litigi. Quelle cose che non ci sono mai andate bene. E alla fine forse neanche chiameremo. O passeggiando con il nostro partner eviteremo di salutarci. Faremo finta di niente. Perchè così fa anche il tempo. Fa finta di niente. Per lui noi siamo solo un intermezzo tra due intermezzi. Nessuno dei quali è più speciale degli altri.


Andrea (sdl)

26 ottobre 2009

Per te (M.)



Eccoci qua. Alla solita resa dei conti. Con me ed un vaso rotto che ho cercato di ricostruire fallendo miseramente. Colpa mia? Colpa sua? Davvero dobbiamo parlare di colpe? Davvero abbiamo bisogno di direzionare tutto questo fallimento? Sia mia allora la colpa. Tanto per chiuderla qui.

Che senso ha cercare una spiegazione al tutto? Nessuno. Assolutamente nessuno.

E più ci penso e più rifletto a questa scommessa, su cui avevamo puntato tutto, e che ora ci logora, ci consuma. Forse per il troppo odio, forse per il troppo amore. Chi può dirlo. Siamo qui come inutili pedine di una scacchiera, ad aspettare di fare una mossa che ci porti altrove, ma non di certo qui.

Io so, io so che non vorrò trasformare tutto questo in odio, in rancore, in fallimento.

Io so che c’è qualcosa di speciale in questo casino infinito. Ed anche se finirà peggio, so che quella luce io l’ho vista davvero. Non mel’ero sognata. Ma poi, forse, sono stato inadatto. Poco performante. Il mio fisico o la mia mente non han retto.

Capita anche ai migliori ciclisti.

Arrivi ad un punto della corsa e ti rendi conto che no, non puoi finire tutto questo.

Come l’ultimo bicchiere di whisky, o una sporca notte da dimenticare.

Ecco, forse era davvero così, forse non avevo le capacità per poter costruire quell’immenso castello di carte. Bisogna saperci giocare con qualcosa così invisibile come il vento. Saperlo tenere tra le dita, non lasciarlo fuggire. Ed io, beh, signore, non sono stato così capace nel farlo.


I risultati direi che parlano da soli. Che poi, quali risultati? Macerie. Se di terremoto vogliamo parlare. Perché capita poi alle volte che non esista un giusto o uno sbagliato, ma solo due rette parallele, che non si incontreranno se non in un lascivo bacio là, all’infinito.

Ecco, capita che uno abbia ragione e l’altro non abbia torto.

O viceversa. Che, insomma, nessuno dei due sia dal lato sbagliato del fiume.
Ma la barca affonda anche in questi casi. Per il peso che deve sostenere. Ed ecco che tutto perde ogni senso, che noi ci logoriamo in un cerchio nato solo per farci amare.

E ci domandiamo: Ma è giusto così?
Io me lo domando ancora.

La notte non ci dormo, e il giorno tento di dormire invano. E la risposta ancora non l’ho trovata.

Se sia giusto o no amare così, fino a spremere ogni briciola di se, fino a che del tuo animo, del tuo cuore, non rimane che una spugna imbevuta d’acqua.

Io non so se è questo il modo giusto di viverla. So che si può viverla in mille altri modi. Ma non so dirti se devi seguire questo. Oggi qualcuno mi ha detto "Ti vedo soffrire". Ed io non sapevo che dire. Era vero e probabilmente all'esterno sembro un libro aperto. E non so come fare. Ecco, magari posso dirti che serve davvero tanta forza di volontà per sopravvivere a tutto ciò.

Ne serve davvero tanta.


O forse serve amore. Ma non credo sia mai mancato. Forse siamo stati uccisi da un falco chiamato monotonia. O forse era più un avvoltoio. Sempre in attesa di noi, piccoli innamorati in via di putrefazione.

Vorrei credere che non ci fosse davvero speranza, ma come si può crederlo? Come si può immaginarlo quando a questa partita di poker si è scommesso tutto con una coppia di dieci? Non si può. E non è neanche un bluff, o forse si.


Eppure, eppure. Quegli occhi non mentivano, ed io a lei ho sempre dato quel che avevo. Quel che potevo dare. Che fosse poco non l’avrei immaginato. Ma per me erano praterie infinite, erano mondi interi, era svegliami e pensare, e coricarmi immaginando il suo sguardo mentre avrebbe letto un mio racconto. Questo era. E molto di più.

Nella mia ingenua stupidità ero certo che l’amore fosse così. Una cosa così semplice da spiazzarti. E ne sono rimasto spiazzato.

Perchè in fondo d’amore non si muore. Non è mai morto nessuno.
Ma di certo fa in modo che tu capisca com’è, il vuoto, quando è lui a cercare di morire.

E se sapessi che una qualunque di queste parole possa cambiare il futuro la direi. Ed anzi, le direi comunque. Perché voglio continuare a immaginare quel volto, quando le leggerà.


Andrea (sdl)

20 ottobre 2009

La scelta giusta



“E se non esistesse una scelta giusta?

Se fosse tutta una collisione d’eventi, un’incompleta gestione d’errori. Se fosse un intero fraintendimento?

Tutto questo, me, te, noi. Se fossimo solo una goccia tra le tante che non sa distinguersi. Salata come le altre, blu come le altre, indefinita come le altre. Guardandoci dall’alto, qualcuno potrebbe mai dire “Eccoli!”? Ci potrebbe mai identificare tra tanti?

Cosa fa una scelta giusta? E’ solo il poi, il dopo. La conseguenza delle nostre azioni. E’ vivere e saper convivere. Soprattutto con i risultati. Ecco cos’è. Non è una verità universale, non è un qualcosa che si può trovare scritto. Il bene, il male, il giusto, lo sbagliato. Sono definizioni così, fatte a mano. La vera definizione è questa: La verità è ciò che rimane quando tutto il resto è scemato. Nulla di più, nulla di meno. E la verità è anche la cosa giusta in questo caso, quella di cui non ti pentirai.”

Sandy è così, su due piedi indecisa, su quattro note sospesa, su cinque accordi adiacente. Non che sapesse definire bene il tutto, anzi. Era pensieri sconnessi, staccati dal mondo, cotone impagliato, rumore di prateria. Il gallo che canta al mattino e ti sveglia di notte. Incoerenze. Ecco. Nulla di più.
Ector invece impugna la sua sigaretta, anche se forse impugnare non è il termine adatto. Si potrebbe dire che la stringe, la tiene ostaggio di una volontà che anche lui fatica a chiarire. Combattere? Arrendersi? Qual’è la vera differenza tra i due? Solo un bivio. Nient’altro che un bivio.

Sandy cerca la forza per ribattere

“Ma cosa diavolo stai dicendo? Vuoi riassumere tutto in questo? Sei diventato stupido in cinque minuti o mi sono persa il momento in cui sei tornato nel tuo bozzolo? Ti sembra il momento di dire cose come questa? Ma soprattutto, perchè? Dico, perchè?

Verità? Bene, male, giusto sbagliato? Ma che diavolo importa.

Perchè senti il fottuto bisogno di dare una definizione a tutto?”

Ector riprese quel fare teatrale. Era lui e forse non era più lui. Altrove, un volto, una maschera, una parola che neanche pensa ma che prende vita.

Per amore, forse. Perchè guardandoti negli occhi ho visto centinaia di prati dove correvamo. Ho visto me e te, ed un bouquet di fiori lanciati in cielo, ed il tuo vestito bianco che cadeva a terra. Ho visto tutto questo ed altro ancora, ho visto un figlio, una casa in campagna. Ho visto il caffè al mattino e tutte le parole che ci diremo sfiorandoci la notte.

Perchè, perchè perchè. Mi domandi così tanti perchè e sembra sia tu quella assetata di verità.

Io voglio solo definire spazi, dire cosa è bianco cosa è nero. Cosa è amore, cosa odio.

Cosa voglio, e cosa non voglio”.

“E cosa vuoi Ector, dimmelo. Cosa vuoi?

Cipolle. Pensò.

Vorrei delle cipolle. Condite bene, con olio aceto sale e pepe.

Si, le vorrei proprio. In fondo cosa c’è di male nelle cipolle. Quel gusto acre, forte, deciso, che non ti abbandona. Come l’odore del sesso. Così forte, così sporco da sembrare proibito. Sporcarsi in una fanghiglia indefinita. Mischiare i propri fluidi fino a ottenere un nuovo cocktail. Per dire finalmente: Ecco, siamo noi.

“Bere. Vorrei solo bere”.

Sandy squadra gli occhi

“Stai scherzando spero!”

Ma guardandolo realizza, non sta scherzando. E’ tutto vero. A partire dal bere.

“Vorrei davvero non aver iniziato tutto questo Sandy”

“Ed ora che fai? Lanci il sasso e nascondi la mano? Pensi sia possibile farlo”

“A volte si. A volte si sceglie una strada e solo dopo ci si rende conto di cosa desideravamo.

Forse non è il bene, o il male. Forse non è la direzione. E’ solo un fatto di comprensione, di sensibilità.

Capire le cose in tempo. Afferrarle prima che sia troppo tardi, o con il giusto anticipo.

Forse saper costruire non è mettere dei mattoni, ma mettere delle fondamenta. Forse tutto questo è un castello di carte. Me, te noi. Siamo solo delle carte, niente di più. Ce la possiamo giocare la nostra partita, ma alla fine vince sempre il banco”

Destino beffardo. Vogliamo arrenderci così? Sandy è stanca.

Stanca dei litigi, delle lotte. Di combattere per qualcosa che non nasce, che continua a morire. Un eterno parto cesario, con sangue a terra, e morti, e morti e morti. E tutto che finisce e ricomincia, e loro ancora lì, a combattere una guerra nel nome di nessuno.

“Smettiamola Ector.

Cosa è rimasto di noi? Dimmelo, cosa è rimasto?”

E fu lì, in quell’istante, che Ector, fuori dal palco, dalla teatralità, da tutto quello che poteva costruire. Dalla finzione, maschere chiuse nei cassetti, uscì una verità.

Una, ma sufficiente a mettere fine a tutto questo.

Ector la guardò. Intensamente.

E con un fil di voce, rimesso ma non remissivo disse

“Noi due, non basta?”


Andrea (sdl)

07 ottobre 2009

Due tramonti (In loving memory of...)


Capita, alle volte, con un amarezza inconciliabile, che alcune persone si allontanino per sempre da noi. Che vadano in altri lidi, si spera migliori, per non tornare mai più.
Capita tutti i giorni, noi non lo vediamo, a volte qualche notizia apparente ci rende noto l'evento, ma noi siamo lì, finchè non veniamo coinvolti.

Quando una persona scompare, lascia una traccia, come una piccola lumaca. Lascia una traccia visibile in ogni persona che ha conosciuto, in ogni posto che ha toccato, in ogni parola che ha scritto.
Anche se non potrà dire altro, anche se non potrà scrivere ancora, anche se non avrà altro da fare, ha lasciato una traccia indelebile nel mondo.
Possiamo fare tante cose quando questo succede, il nostro corpo e con lui la nostra mente cercheranno spiegazioni, o faranno naufragare i nostri pensieri nell'angoscia della colpa. Perché ci dobbiamo sentire colpevoli. Perché vogliamo anche noi portare un po' di quel peso.
Ma forse, riflettendoci, questo non è il nostro compito.
Se questa persona ci ha lasciato qualcosa, forse noi dovremmo semplicemente ricordarcene, non dimenticarlo mai. Forse dovremmo richiamare tutti i ricordi, tristi e felici, e piangere su di essi, commemorarli, imprimerli perché non svaniscano mai, affinché siano un costante prato fiorito nella nostra mente.
E una volta che quest'immensa prateria sarà coltivata, allora, solo allora, continuare la nostra strada. Non con indifferenza, non con freddezza, e non subito con un sorriso, ma con una ferma forza di volontà.
Non dobbiamo arrenderci o accontentarci del dolore. Non è questo che vorrebbero.
Quando qualcuno scompare così non vorrebbe altro che la felicità delle persone attorno. E se questo qualcuno fosse anche un parente, beh, l'ultima cosa che vorrebbe è che venga distrutta con del dolore la sua opera più bella: noi.

Quindi, se mai accadrà, dovremo tener duro. Non dimenticare, mai.
Piangere, ogni volta che vorremo.
Sorridere alla vita, ed a tutto quello che ci riserverà.
E guardare avanti, senza dimenticare tutto quello che è stato. Tutto quello che ci ha portati qui, ad essere quel che siamo. Incomparabili ed imperfetti esseri prodotti da una somma infinita di sentimenti, di amori, a volte complicati, a volte non voluti. Siamo tutti una sommatoria di persone. Che partono dai nostri genitori, ed arrivano ai nostri antenati. E noi non dobbiamo tradirli.
Perché loro vivono in noi, perché ci hanno trasmesso tutto quello che avevano: il loro amore. E tanto basta.

Andrea (sdl)

03 ottobre 2009

La rivoluzione digitale


“Ci sono vuoti che non siamo capaci di colmare. Iridescenze nella notte che non siamo capaci di nascondere. Le chiamiamo paure quando non sappiamo dare loro altro nome. Ma la verità è che avremmo preferito fare diversamente, scegliere una via migliore. Con tutti i buoni propositi di una vita ci guardiamo e ci chiediamo: Potevamo fare meglio?
Si, decisamente. E allora salgono tutti i dubbi legittimati dalla domanda. Cosa ho sbagliato, perché. Ci ripromettiamo di essere padri migliori, figli migliori. Facciamo fioretti per un anno migliore ed alla fine dell’anno contiamo come siamo stati incapaci, e allora abbassiamo il tiro, o lo alziamo. In entrambi i casi alla fine d’anno successiva saremo ancora tutti qui, a dirci che avremmo potuto fare meglio.
Che nel mondo non dobbiamo arrenderci, che dobbiamo renderlo più bello, più accogliente. Ma poi alla resa dei conti, nel rush finale, ci accorgiamo di esser senza fiato. Inutili, abbandonati.”
Desmond, 51 anni, guarda il foglio con evidente malinconia. Il suo respiro è sicuro, le sue mani si aggrappano al foglio come alla verità di questo mondo, i suoi occhi non si staccano da ogni lettera.
“Guardo i miei figli. E guardo mio padre. Ed infine guardo me. Capisco che c’è qualcosa di malato in tutto questo. Cosa ci rende così incapaci di superarci? Di evitare che la storia si ripeta? Le guerre, i morti, la fame nel mondo. Tra altri cinquant’anni forse saremo ancora qui, ed un ignoto Desmond Duprè verrà a raccontarvi la sua verità, di fronte ad una platea simile a quella che voi rappresentate. E tutto questo parlare saranno parole al vento, come questa tecnologia che non ci lascia niente. Questi social network di oggi, che ormai sono solo un modo di vestirsi e non di comunicare.”
Prende una pausa, fa un grosso respiro. E’ importante che capiscano, pensa. Che comprendano il valore di quest’affermazione. Vestirsi. Esatto. E’ questo che ho detto. Ragionate. Tutti questi Facebook, twitter, cosa sono diventati adesso se non un modo di vestire? Tu come ti vesti? Io “Ci tengo agli animali”, “Viva il duce”, “Fuori i clandestiti”, “Evviva il comunismo”, “Quelli che non c’hanno capito nulla”. Sono tutti vestiti.
Guarda di fronte a se, il bordo delle sue labbra si increspa leggermente quasi ad accennare un sorriso.
“Abbiamo perso il bisogno di condividere, di comunicare. Ormai siamo solo abbandonati, senza una direzione, una strada da seguire. Sentiamo il bisogno di identificarci in una società che, grazie ai mezzi come internet, ci fa sciogliere come zucchero nell’acqua. Ci nasconde, ci fa scomparire.
Chi è Desmond Duprè? Un pazzo, un visionario?
Nessuno di questi. Sono solo una persona che sta cercando di nuovo la propria identità, come anche voi dovreste fare. Smetterla con tutto questo digitale, non si digitalizza un sentimento, non si trasmette l’amore attraverso bit o internet. Il mio calore non lo sentirete mai, e la mia voce, non vi arriverà mai così calda, attraverso un qualunque strumento multimediale.
Riconquistiamo questa terra, prima che sia troppo tardi”
Le rivoluzioni, raccontava Duprè, non si fanno in cinque minuti. Ci sono dei bisogni che le fanno nascere.
Che permettono a persone diverse di aggregarsi in base ad una necessità.
“Ecco signori, io penso che noi dovremmo iniziare a farla questa rivoluzione. Necessità di sentimenti, di vivere, di sentire tutto questo mondo, il sole, il vento, il sapore della pasta, l’odore dell’autunno, il calore delle mani.
Voglio combattere contro la solitudine di quest’era digitale, assieme a voi.”
Desmond chiude gli occhi. Poi li riapre.
Trecento posti di fronte a lui lo osservano. Trecento posti vuoti.
Desmond ripiega il foglio in quattro, poi si toglie gli occhiali e li poggia nel taschino.
Il sorriso è scomparso. La fievole luce che lo illumina si spegne con un secco tic.
Nessun applauso, nessun ringraziamento. Lo spettacolo è finito.

Andrea (sdl)

27 settembre 2009

Come ogni domenica



Ed arriva la domenica. Con i suoi suoni, i suoi odori.

Quando tutte le città suonano diverse. Senti le campane in lontananza, a milano sembrano in un digitale scassato, a montevarchi senti i rintocchi definiti del metallo che riecheggia. E le macchine che non passano. Quel silenzio innaturale della gente che riposa.

Eravamo centomila, adesso siamo solo noi.

Qui, alla finestra, ad ascoltare il rumore della domenica.

La gente che si alza tardi, e gli odori degli arrosti che vengono cucinati.

In alcuni periodi mi mettevo fuori ad ascoltare come "suona" la domenica. Perché quel giorno è un giorno diverso. Non è come tutti gli altri. Sarà l'aria, ma ogni domenica senti il distacco che c'è tra quello ed un qualunque altro giorno.


Nella mia memoria rimangono impresse tantissime domeniche. Ognuna con un suo significato. Ricordo i suoni, gli animi, le cose che feci. Contrariamente alla mia pessima memoria esse rimangono tutte lì. I cibi, le parole, c'è tutto, in un cassetto dimenticato. Come se la domenica fosse una scatola malinconica da riaprire quando uno se la sente.

Ed ogni settimana ritorna, ed io come molti altri apro le finestre e ascolto, inalo tutta questa domenica che c'è, tutta la linfa che ha da offrirmi, e poi la rinchiudo in quel piccolo cassetto.


Andrea (sdl)